Bitcoin è davvero l’industria più energivora (e inquinante) del pianeta?

E’ uno degli argomenti più di frequente usati contro Bitcoin, riportato alla ribalta in questi giorni da Elon Musk. Da un lato, è vero che il consumo attuale per l’estrazione sia elevato (149 TWH, lo 0,60%, più o meno quanto Malesia e Svezia). D’altro canto, però, bisogna sottolineare che la tendenza dei miner sia quella di andare a sfruttare, per ragioni economiche, energia alternativa sottoutilizzata.

Bitcoin e il suo impatto ambientale è l’argomento affrontato da Laura Magna nell’articolo Bitcoin è davvero l’industria più energivora (e inquinante) del pianeta? pubblicato oggi su We Wealth.

Nell’articolo il direttore scientifico dell’Istituto Ferdinando M. Ametrano esprime la view DGI sul tema:

L’attività di mining è portata avanti da agenti economicamente razionali e dunque tende a collocarsi in aree dove le riserve di energia rinnovabile sono ampie. Le maggiori farm di mining sono nei pressi dei bacini idroelettrici cinesi e canadesi o sfruttano il solare texano. Allora, da un lato emerge che Bitcoin consuma, “ma non in maniera sproporzionata rispetto ad altre attività industriali come la produzione di banconote e monete o come l’estrazione auriferia, dall’altro che può approvvigionarsi presso fonti sottoutilizzate, come per esempio il potenziale idroelettrico non sfruttato in Cina ogni anno. La morale è che dobbiamo imparare a produrre energia in maniera pulita e non limitarne astrattamente i consumi. Al contrario essendo questi ultimi correlati positivamente con il PIL, vanno incentivati. L’evidenza è che non si può consumare di meno o per lo meno non è ragionevole perché impoverisce un’economia, e quindi bisogna consumare meglio, producendo più energie rinnovabili.”

Maggio 14, 2021

Redazione