Il più grande furto della storia cripto conferma i limiti di Binance e ricorda al settore che la custodia è, prima di tutto, tecnologia e processo.
Il 29 ottobre 2026, a partire dalle 20:05 UTC, un attaccante ha trasferito fuori dai wallet di Binance cripto-attività per un valore stimato da Binance in circa 6,3 miliardi di dollari (le stime degli analisti variano tra 5,5 e 6,4 miliardi), la maggior parte in una ventina di minuti e, secondo TRM Labs, su dieci blockchain. È il furto più grande mai registrato nel settore: circa quattro volte quello subito da Bybit nel febbraio 2025, che deteneva il record precedente.
TRM Labs attribuisce l’attacco, con elevata confidenza, a TraderTraitor, il gruppo nordcoreano a cui l’FBI ha attribuito il caso Bybit. Binance non ha ancora confermato l’identità dell’attaccante.
Come è successo
Secondo le prime ricostruzioni di Binance, l’ingresso è avvenuto attraverso il laptop compromesso di un DevOps engineer. Da lì l’attaccante potrebbe aver raggiunto un servizio interno da cui inviare richieste di prelievo non autorizzate. Binance dichiara di non aver trovato evidenza di chiavi private sottratte: l’ipotesi prevalente è che le chiavi non siano uscite dai sistemi di Binance, ma che il sistema di firma abbia firmato ciò che gli veniva chiesto.
Su Ethereum l’attacco ha sfruttato EIP-7702, attivata con l’aggiornamento Pectra nel maggio 2025, che consente a un account controllato da una chiave privata di delegare la propria esecuzione al codice di uno smart contract. L’attaccante ha inviato una singola transazione contenente 50 autorizzazioni di delega per uno degli hot wallet principali dell’exchange, ciascuna con un diverso numero progressivo, perché quel wallet processava prelievi di continuo e il valore corretto era imprevedibile. Una delle 50 è andata a segno: da quel momento il wallet eseguiva il codice dell’attaccante, che lo ha svuotato con una prima operazione da circa 2,5 miliardi di dollari, seguita da altre nell’ora successiva.
La delega, inoltre, non scade: resta attiva sull’indirizzo finché la stessa chiave non firma una revoca. Fino alla revoca, che Binance dichiara di aver effettuato, ogni fondo arrivato su quel wallet era esposto, e infatti l’attaccante lo ha svuotato più volte.
L’attacco non si è limitato a Ethereum: sulle altre blockchain i wallet di Binance hanno firmato direttamente trasferimenti verso l’attaccante. Tra i deflussi figurano anche 18.270 bitcoin, circa 1,45 miliardi di dollari.
Lo stato attuale
Binance ha sospeso i prelievi e, secondo la co-CEO Yi He, conta di iniziare a riattivarli entro 48 ore dal 30 ottobre. Dichiara inoltre di aver congelato circa 3 miliardi di dollari grazie alla collaborazione di emittenti, blockchain e società di analisi. Quasi tutto il congelato è costituito da stablecoin, bloccate dai rispettivi emittenti: Tether oltre 1,5 miliardi (fino a 1,77 secondo TRM Labs), Circle oltre 800 milioni. Il resto, tra cui tutti i bitcoin sottratti, è ancora nelle mani dell’attaccante.
L’exchange si è impegnato a coprire integralmente le perdite degli utenti, attingendo al proprio fondo di garanzia SAFU, che detiene circa 1 miliardo di dollari in bitcoin, e alle riserve aziendali. Ha inoltre annunciato un report tecnico e una nuova Prova-delle-Riserve al termine dell’indagine.
Non è un fulmine a ciel sereno
È un fatto grave, e lo è ancora di più perché si inserisce in una storia coerente. Nel 2023 Binance ha accettato di pagare 4,3 miliardi di dollari alle autorità statunitensi per violazioni delle norme antiriciclaggio, una delle sanzioni più alte mai inflitte a un’azienda negli Stati Uniti. Il suo fondatore, Changpeng Zhao, si è dichiarato colpevole di non aver attuato un programma antiriciclaggio adeguato e ha scontato quattro mesi di carcere nel 2024, prima di ricevere la grazia presidenziale nell’ottobre 2025. Quest’anno, il 24 giugno, a ridosso della scadenza del 1° luglio, Binance ha ritirato la propria domanda di autorizzazione MiCAR in Grecia, dopo che la stampa aveva riportato le resistenze dei regolatori. Dal 1° luglio ha quindi sospeso gran parte dei propri servizi nello Spazio economico europeo.
Sanzione antiriciclaggio, carcere del fondatore, mancata autorizzazione MiCAR e ora il più grande hack della storia: per me sono manifestazioni diverse della stessa cattiva qualità della cultura aziendale.
Altrettanto grave è che, nonostante tutto questo, Binance resti l’operatore dominante del mercato, con il 38,7% dei volumi spot dei dieci maggiori exchange centralizzati nel secondo trimestre 2026, secondo CoinGecko. Un ecosistema in cui un singolo soggetto con questa storia concentra una quota simile degli scambi è un ecosistema fragile.
Il problema vero: la cultura della custodia
Sarebbe però comodo archiviare il caso come un problema solo di Binance. Ciò che manca, nel settore, è una cultura tecnologica e di processo sulla custodia.
Questo attacco non ha richiesto di rompere la crittografia, né di rubare una chiave. Se la ricostruzione preliminare di Binance sarà confermata, è bastato che un singolo dispositivo compromesso potesse arrivare a un sistema che firma in automatico, senza un controllo indipendente su che cosa stesse firmando. Custodire significa progettare l’organizzazione in modo che nessun singolo punto (persona, laptop o servizio) possa da solo spostare i fondi; significa che chi firma deve sapere esattamente che cosa sta autorizzando; significa trattare ogni componente automatizzato come se fosse già compromesso, e limitarne i poteri di conseguenza.
Non è un tema che riguarda solo gli operatori più spregiudicati. Anche aziende regolate, e meno corsare di Binance, offrono oggi servizi di custodia subottimali. Vedremo altri incidenti gravi: saranno passaggi inevitabili verso la maturità dell’ecosistema, come è già avvenuto in altri settori finanziari.
Una nota su Bitcoin
Un dettaglio merita attenzione. I circa 3 miliardi congelati sono quasi interamente stablecoin, bloccate dai rispettivi emittenti. Sui bitcoin nessuno può intervenire a posteriori: non esiste un emittente a cui chiedere un congelamento. Per custodire bitcoin, quindi, la sicurezza deve essere tutta nella prevenzione. È il principio su cui è costruita la custodia di CheckSig: nel nostro setup non esistono single point of failure, come di recente hanno riconosciuto pubblicamente alcuni tecnologi molto rispettati.



